Gli esordi psicotici compaiono in tarda adolescenza e nel giovane adulto, in fasi molto delicate per lo sviluppo psicologico della persona, durante le quali l’impatto con gravi problemi affettivi e la conseguente esacerbazione di una crisi, possono contribuire a compromettere in modo definitivo la successiva strutturazione della personalità del paziente.

Questi scompensi possono raggiungere livelli di criticità molto intensi, al punto di rendere spesso necessaria l’effettuazione di ricoveri ospedalieri in reparti dedicati. In questi contesti gli interventi psicofarmacologici sono sempre necessari per normalizzare il rapporto del paziente con la realtà, anche se questi devono essere di volta in volta tagliati su ogni singolo caso, monitorando con molta attenzione gli effetti della terapia, sia in termini di efficacia che di tollerabilità.

Tuttavia, al di là della gestione delle fasi di acuzie critica che caratterizzano l’esordio psicotico, nel corso degli ultimi 10 anni si è diffusa l’idea che l’obiettivo più importante nella gestione di realtà cliniche complesse come queste, sia piuttosto rappresentato dall’individuazione precoce dei prodromi nei giovani soggetti “a rischio”, nella prospettiva di anticipare il più possibile il loro inserimento in protocolli specifici finalizzati a ridurre il rischio di esacerbazioni psicotiche.

L’identificazione dei soggetti che più avanti svilupperanno sintomi psicotici non è comunque facile. Può accadere ad esempio che alcuni soggetti sviluppino una sintomatologia psicotica “aspecifica” a seguito dell’esposizione ad un lutto o ad eventi esistenziali gravi di altro tipo, anche se non necessariamente tutti questi casi transiteranno in epoche successive in quadri psicotici cronici.

In questi casi, la possibilità di poter riconoscere precocemente nell’ambito dell’ampio gruppo di giovani pazienti che, pur presentandosi come aspecifici stati di “disagio adolescenziale”, rappresentano in realtà soggetti in una fase prodromica ad elevato rischio di successiva esplosione psicotica, potrebbe aprire prospettive future di grande rilevanza clinica.
Questi prodromi, in grado di facilitare il riconoscimento dei giovani pazienti ad elevato rischio di transizione psicotica, sono rappresentati prevalentemente da manifestazioni subcliniche molto attenuate, che però solo raramente vengono riconosciute come fattori di rischio, venendo invece più spesso considerate delle aspecifiche forme di “disagio adolescenziale”.

Nei casi in cui sia stato possibile riconoscere per questi quadri attenuati il significato di prodromi di un possibile esordio psicotico, si è visto che ciò consente di anticipare in modo sensibile l’inserimento del paziente in protocolli mirati di intervento precoce, con conseguente sensibile riduzione della frequenza degli scompensi psicotici acuti e della loro successiva tendenza ad esitare in difettualità.

Tra i vari tipi di manifestazioni prodromiche, quelle a cui è stato riconosciuto il maggior valore predittivo per il rischio di esordio psicotico futuro, sono rappresentate da alcune forme di disfunzionalità estremamente larvate, molto sfumate, comunque in grado di causare al soggetto deficit più o meno rilevanti di funzionamento. Al contrario, eventuali quadri paucisintomatici di manifestazioni produttive, considerabili alla stregua di forme attenuate delle entità nosografiche collocabili in Asse I ed in Asse II, non costituiscono quando presenti un attendibile indice predittivo per il rischio di future transizioni psicotiche. Alcune lievi disfunzionalità, quali blandi deficit cognitivi, a volte individuabili anche in presenza di livelli normali di QI, ma soprattutto i deficit dell’intelligenza sociale, in grado di delineare una disfunzionalità nel cosiddetto dominio della “teoria della mente”, si sono rivelati validi indici per prevedere il rischio di transizione.

Attualmente sono in via di sperimentazione in numerosi centri di eccellenza per la ricerca in questo settore una serie di protocolli di trattamento finalizzati ad intervenire in modo mirato su queste variabili disfunzionali, nella prospettiva di poter trattare precocemente queste vulnerabilità, prevenendo in tal modo la successiva transizione psicotica.

A parere della maggior parte degli esperti, a questi argomenti dovrebbe essere riconosciuto un peso clinico assai rilevante, ed è appunto per questi motivi che nell’ambito della programmazione delle politiche sanitarie di molti paesi occidentali si è deciso recentemente di investire molte risorse in programmi finalizzati al riconoscimento precoce degli adolescenti a rischio ed al trattamento preventivo delle loro manifestazioni prodromiche, nella prospettiva di prevenire le transizioni psicotiche.
Nel trattamento di questa categoria di pazienti sono stati testati vari interventi farmacologici, di volta in volta calibrati sul tipo di presentazione clinica dominante. La scelta delle terapie, dovrà basarsi oltre sulle caratteristiche di efficacia dei farmaci presi in considerazione, anche su quelle relative alla loro tollerabilità. In particolar modo dovranno essere presi in considerazione farmaci in cui l’effetto antipsicotico sia disgiunto da una parallela attività collaterale di tipo inibente sulla performance cognitiva.
In questo settore tuttavia, gli interventi farmacologici non dovrebbero essere mai considerati esclusivi, ma andrebbero sempre strutturati all’interno di un pacchetto di interventi più articolati, nel cui ambito giocano comunque un ruolo importante anche una ampia gamma di interventi non farmacologici.
Tra gli interventi non farmacologici finora proposti, sono stati presi in considerazione alcuni trattamenti psicologici di base come ad esempio la psicoeducazione (rivolta sia ai pazienti che ai loro familiari), unitamente ad altri interventi più mirati e personalizzati sul paziente come ad esempio la terapia cognitivo comportamentale (CBT), la mindfullness e la Acceptance and Commitment Therapy (ACT). Nel complesso, si tratta di interventi finalizzati a migliorare la relazione terapeutica, a normalizzare l’evento psicotico e ad aiutare il paziente a dare un significato all’episodio critico. Più recentemente sono stati valutati anche interventi di “Cognitive Remediation”, che si sono rivelati efficaci sui deficit cognitivi che spesso caratterizzano questi pazienti, aumentando le loro capacità di problem solving e permettendo una maggior adattabilità sociale. Gli interventi basati sulla psicoeducazione dei familiari e sul loro supporto, si sono rivelati efficaci in questo ambito, specialmente in considerazione del fatto che in circa il 50% delle famiglie dei pazienti ad alto rischio sono rioscontrabili livelli elevati di Emotività Espressa.

Questo evento formativo sarà centrato su questi argomenti, molto attuali e di grande importanza per le loro rilevanti ricadute cliniche. Nella giornata di studio verrà condotto un approfondito update sull’ampio spettro di tecniche finalizzate ad agire su questi nuovi target per una gestione multimodale ed interdisciplinare delle problematiche estremamente complesse che caratterizzano i giovani pazienti a rischio, sia nelle loro fasi prodromiche, sia in quelle successive all’esordio psicotico.