La guarigione è un processo, un modo di vivere, un atteggiamento, un modo di far fronte alle sfide quotidiane. Non è un processo perfettamente lineare. La necessità di affrontare le sfide della disabilità e di ritrovare un nuovo senso di integrità e valore, un nuovo scopo all’interno dei limiti della disabilità; l’aspirazione è di vivere, lavorare e amare all’interno di un contesto sociale a cui si deve dare un contributo significativo

(Patricia Deegan, 1988).

Recovery, ripresa, riaversi, star meglio e anche guarigione non sono più parole tabù in psichiatria. Se fino a qualche anno fa si parlava di cronicità assoluta, di una malattia senza vie d’uscita, in questi due ultimi decenni, sono nati dei movimenti che promuovono la recovery e che coinvolgono medici, operatori e soprattutto utenti.

Il modello di recovery, così come è sostenuto dai gruppi di utenti che in esso si riconoscono, fa riferimento a un concetto che è insieme processo ed esito ed è per sua natura indefinibile, in quanto affonda le radici nella definizione di valori, interessi e obiettivi assolutamente individuali. Vi è una connessione importante tra guarigione e valorizzazione dell’esperienza soggettiva e tra guarigione e interventi di autogestione dei sintomi psicotici che integrano tecniche di tipo cognitivo con una strategia di empowerment che le contestualizza.

La speranza è un aspetto centrale della recovery, promuove il benessere, il funzionamento, la capacità di fronteggiare i problemi.

Al cuore dell’intero processo di riscoperta del concetto di recovery c’è il tentativo di ripristinare un ponte fra il nucleo del Sé “potenzialmente sano” e il mondo esterno, con il fine di potenziarlo e far evolvere le risorse interne mortificate dall’esperienza della malattia mentale e dalle sue conseguenze (disabilità, stigma sociale,

stigma interno, autosvalutazione, passiva accettazione).

Facilitare la recovery implica un viraggio di 180 gradi nel modo di considerare la disabilità: dal focus sui deficit da riparare al focus sui punti di forza personali e ambientali, da place and train a train and place. L’orientamento alla recovery implica l’assunzione che le persone sono “organismi orientati a uno scopo” e apprendono dalle esperienze reali quando queste sono concretamente disponibili, non dopo aver dimostrato un miglioramento dei sintomi e del funzionamento.

La guarigione diventa un diritto e acquista una dimensione politica: servono servizi che garantiscano un’accoglienza e un percorso di cura adeguato, relazioni di aiuto che siano di reciprocità, risorse economiche per promuovere inserimenti nella società, politiche sociali e culturali che contrastino lo stigma e la discriminazione.

Il recovery model rappresenta un’importante innovazione nell’ambito del dibattito che oggi anima il campo della salute mentale, imponendo una riflessione sui fondamenti epistemologici della psichiatria e aprendo un orizzonte nuovo a ricerche più innovative sulla natura dei disturbi mentali, sulle variabili che ne influenzano il decorso e sulla messa a punto di interventi efficaci, rispettosi della dignità delle persone e sottoposti a verifiche in cui gli utenti che ne hanno esperienza diretta abbiano un ruolo significativo.